Foto compromettenti del marito: La Cassazione lo condanna alle spese.

Foto compromettenti del marito.

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La Corte di Cassazione lo condanna alle spese.

Foto compromettenti del marito.

La Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che le foto compromettenti del marito possono costituire una prova che ne determini l’addebito delle spese processuali. Il tradimento, ancora una volta, costa molto caro a chiunque violi l’obbligo reciproco di fedeltà.

Con ordinanza n. 4899/2020, la Corte di Cassazione si è pronunciata confermando la regolarità delle sentenze di primo e secondo grado (che condannavano il marito all’addebito per infedeltà), a causa di alcune foto compromettenti portate come prova dalla moglie.
In prarticolar modo, la Corte di Cassazione ha sottolineato che:

Un atteggiamento di intimità con una donna ,che secondo la comune esperienza induce a presumere l’esistenza tra i due di una relazione extraconiugale, basta come prova per la condanna alle spese.

Nella stessa ordinanza, al ricorrente è stato chiarito quanto fosse essenziale il mantenimento della figlia maggiorenne la quale, pur lavorando, non percepiva uno stipendio tale da consentirle un’autonomia economica. Per questo motivo, richiedendo una revisione dell’assegno di mantenimento, lo condannava alla contribuzione in favore della figlia maggiorenne con un assegno mensile di 200€.

Ma cosa è successo?

Ricorso in Cassazione per sentenza ingiusta.

Un uomo, in seguito ad una evidente crisi coniugale e dopo esser stato scoperto in atteggiamenti intimi con un’altra donna, viene portato in tribunale dalla moglie per ottenere il divorzio.

Gli avvocati della donna, dopo aver dimostrato la correttezza e la dedizione della signora nella vita coniugale, hanno portato a prova del tradimento, alcune foto compromettenti del marito che lo immortalavano in atteggiamenti intimi con un’altra donna.

Il giudice adito quindi, valutando gli elementi probatori come inconfutabili, lo condanna all’addebito delle spese legali. L’uomo non contento, decide di andare in Appello, ma anche in questo caso viene nuovamente condannato.
In ultimo, ritenendo le sentenze dei giudici di merito, ingiuste, in quanto basate su delle semplici foto che non dimostravano alcun ché, se non un atteggiamento amichevole, decide di ricorrere in Cassazione. Anche in questo caso però, l’uomo si è visto rigettare il ricorso in Cassazione in quanto inammissibile.

Le foto compromettenti del marito bastano quindi a dimostrare un presunto rapporto extraconiugale e il conseguente addebito della separazione.

Lavorare non significa essere autonomi.

Contributo al mantenimento della figlia maggiorenne.

Ancora oggi molti genitori si rifiutano di accettare ciò che, ormai da tanti anni, viene ribadito dai tribunali di tutta Italia. In caso di divorzio, l’assegno di mantenimento per i figli è obbligatorio. Il raggiungimento della maggiore età, inoltre, non comporta una sospensione dell’erogazione del contributo.

Nel caso in questione l’uomo riteneva ingiusta la condanna al mantenimento della figlia maggiorenne e lavoratrice. Purtroppo però non ha considerato che la figlia, pur lavorando, non riusciva ad avere un’autonomia economica che le permettesse di vivere dignitosamente.
Per questo motivo, indipendentemente dalla maggiore età e dal lavoro della figlia, l’uomo è stato obbligato al versamento di un contributo mensile di 200€ in virtù dei doveri di un padre previsti dalla legge italiana.

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